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Al traguardo, guarito dal Parkinson.

Il mio primo Ironman 70.3: la sfida consapevole

È stata così dal primo minuto, non cercavo la prestazione, né il confronto con me stesso, non sarebbe stato possibile migliorare qualcosa che non avevo mai realizzato prima. Il mio obiettivo era portarla a termine, ero consapevole di aver fatto tutto ciò che era in mio potere.

Solo un imprevisto indipendente dalla mia responsabilità avrebbe potuto fermarmi. Perciò ero sereno, pronto a dare il meglio di me e ad accettare l’eventuale sconfitta. Puoi trovare qui la Parte 1 e Parte 2 dell ‘articolo Il mio primo Ironman 70.3. Al traguardo tra errori e paure

Trasformare la sfiga in sfida

Oggi faccio sport perché mi fa star bene, in questa fase della mia vita non si tratta più di vincere un torneo o una regata. La sfida è contro il Parkinson, voglio solo stargli davanti un passo. Ogni volta che porto a termine un allenamento o una gara, io quella sfida la sto vincendo, ogni volta è come salire sul gradino più alto del podio.

La felicità e la soddisfazione che ho provato, nonostante stessi ormai camminando da qualche chilometro, si leggono tutti nella giocosità e leggerezza danzante del mio arrivo sul tappeto rosso del circuito Ironman, il rettilineo d’arrivo più emozionante per i triathleti di tutto il mondo.

Sabbia bagnata e mare grigio

Ed eccoci nelle griglie di partenza, anche se la leggera pioggia e il cielo nuvoloso che si riflette colorando di grigio il mare non invogliano a entrare in acqua, siamo pronti, carichi a mille. Il caldo non sarà un problema, il mare è praticamente piatto, solo una leggera onda lunga, poco fastidiosa da affrontare controcorrente ma amica quando si tratta di nuotarle sopra.

Avevo pensato di schierarmi in fondo all’ultima griglia, tempo di percorrenza stimato per i 1900 m. 35/45 minuti, per partire tranquillo senza traffico e nuotare senza fretta. Poi spinto dai consigli del mio preparatore atletico, il 4 volte Ironman Alberto Schivardi, scelgo di mettermi in coda della penultima griglia, potrà essermi utile qualche scia da seguire.

Scorgo Annalaura e Annamaria che come ci eravamo detti sono nell’ultima griglia, mi vedono e ci parliamo, Annamaria appoggia l’idea di Alberto. Quindi ci posizioniamo nella penultima griglia. La scelta di partire ultimo era condizionata ancora da alcune convinzioni depotenzianti che mi trascinavo da esperienze precedenti, averla ribaltata vincendo le paure è stato utile per superarle una volta per tutte. A volte basta una parola giusta, dalla persona giusta, al momento giusto e tutto cambia, grazie coach.

Pensieri e paure

Era successo nel primo triathlon sprint di 5 anni fa a Ledro, 750 m. di nuoto, 20 km. in bici e 5 km. di corsa. Il Parkinson ancora era latente, nel nuoto fino a quel momento ero stato sempre tranquillo e abbastanza veloce. Si partiva ancora in batterie di oltre 150 atleti e i primi 100 metri erano veramente una battaglia, ora con la “rolling start” si parte in 6 alla volta ogni 5 secondi e il traffico è tutt’altra cosa.

Partire forte, pensando di crearmi spazio per poter poi nuotare in acque meno affollate era una strategia sbagliata. In una distanza come questa il ritmo di tutta la frazione è più alto, cosi quando ho ripreso a nuotare al mio ritmo normale, mi sono ritrovato in affanno con la respirazione e tutti subito addosso.

Respiravo a fatica, in mezzo a un “branco di squali” che mi passavano dappertutto, improvvisamente ho cominciato a pensare che sarei potuto andare a fondo e che nessuno se ne sarebbe accorto. Per qualche decina di secondi non ho ragionato, ero in preda al panico e la respirazione si era fatta corta e difficile. Dovevo riprendere il controllo dei miei pensieri, spostandoli sulle certezze, e cosi ho fatto. Per prima cosa la muta che indossavo mi avrebbe tenuto a galla anche senza nuotare, non avevo bevuto e non stavo affogando, avevo solo bisogno di ritrovare una respirazione più regolare.

Una volta riordinato i pensieri sono passato all’azione, ho rallentato nuotando a rana per respirare più facilmente e, spostandomi verso il bordo esterno del gruppo mi sono avvicinato ad un mezzo di soccorso, mi sono appoggiato per 20/30 secondi e ho fatto qualche respiro più profondo, lasciando andare il branco.

Cambio di focus

Mi sono guardato intorno per cambiare il focus dei miei pensieri concentrandomi sulla bellezza del momento, il lago, il sole, gli atleti con le loro braccia che vincevano la sfida sugli elementi, acqua e vento, i tifosi che ci aspettavano sulla riva, le piante che ballavano al ritmo del vento. Mentre dalla canoa mi veniva chiesto se era tutto ok e se avevo bisogno di soccorso, io ero di nuovo pronto a ripartire, mi sentivo di nuovo padrone dei miei pensieri e delle mie scelte, al sicuro nel posto giusto al momento giusto.

Ho ripreso a nuotare, dopo aver chiesto al ragazzo della canoa che mi aveva dato soccorso, di tenermi d’occhio per qualche bracciata, alternando stile libero e rana fino all’uscita dall’acqua. Sembra incredibile ma è cosi, spesso le esperienze vissute in passato rimangono ancorate ai nostri ricordi, pronte a riemergere quando ci ritroviamo in una situazione simile, condizionando le scelte nel presente.

Giù la mascherina, si parte!

Cinque suoni scandiscono il tempo tra una partenza e l’altra, via la mascherina che le norme covid ci obbligano a tenere fino al momento della partenza, bip bip bip bip bip, partiti. Corro verso l’acqua scavalcando qualche onda per un tratto di almeno 150 metri e cammino fino quando, con l’acqua sopra i fianchi capisco che è meglio nuotare. Mi sento bene, respiro e allungo la bracciata, quando sono sull’onda alzo la testa e cerco la boa per tenere la direzione, quando sono nell’incavo rimango giù e respiro ogni 3/5 bracciate.

Nell’avvicinamento alla prima boa, capisco che nuotare vicino a qualcuno non mi sta creando quella sensazione di disagio che avevo provato da quell’esperienza in poi. Giro lasciando la prima boa a destra, sono felice, questo mi da forza, ora l’onda è laterale, devo tenerne conto per la scelta della rotta, la mia esperienza da velista ora mi viene utile. Scorgo vicino a me Annamaria che era partita qualche fila avanti a me, abbiamo rotte convergenti e nel passarle vicino ci tocchiamo senza conseguenze, mi allungo, una, due, alla terza boa si gira a ancora a destra, si torna verso la spiaggia.

Ultime bracciate

Cerco l’arco nero della zona di uscita, poi prendo un riferimento a terra che sia più visibile, un palazzo o un campanile, qualcosa di più alto che posso vedere anche senza tirare fuori tutta la testa dall’acqua.

Ok trovato, 2/300 metri e sono in spiaggia, gli ultimi 50 sono in acqua bassa, mi alzo in piedi e una volta verificato che non ho fastidio all’equilibrio e nemmeno la nausea che avevo provato nelle ultime uscite, mi dico un bel: “Grande Stefano, andiamo!”

Alzo gli occhialini e comincio a corricchiare verso il tappeto che dall’acqua esce verso la zona cambio. Ecco il Daddo, mentre esco dall’acqua mi saluta e mi incoraggia. Apro la muta, la abbasso mentre percorro il viale di uscita dalla spiaggia in mezzo a due ali di tifosi che ci danno il 5 e ci battono le mani, mi sciacquo velocemente passando sotto la doccia per togliermi il sale dagli occhi e dal viso, ed entro in zona cambio con un bel sorriso stampato sulle labbra. Guardando l’orologio capisco che sono andato veramente bene, 36 min. e 50 sec. sarà il tempo ufficiale, le mie stime erano 40/45 minuti. Mentre corro verso la bici faccio un riepilogo mettendo in ordine le azioni da compiere.

Dall’acqua all’asfalto.

2520 è il mio numero, al di la della ringhiera che delimita la zona cambio c’è Angelo, mi chiede se va tutto bene: “alla grande” rispondo. Cerco il mio sandwich miele e burro d’arachidi, lo apro e lo addento. Con calma sfilo la muta, mi siedo asciugo i piedi, infilo calze e scarpe da bici, altro boccone, infilo il pettorale, casco e occhiali, metto tutto in bocca ciò che rimane e mi avvio verso l’uscita cercando i bagni chimici. Assolutamente vietato fermarsi a fare pipì sul percorso, espleto mentre finisco di masticare, riprendo la bici e di corsa mi avvio verso le 3 ore circa di pedalata che mi aspettano.

Sarà una cavalcata tra campagne e colline, risaie e fenicotteri rosa, rotatorie e tangenziali chiuse al traffico, intervallata da appuntamenti prestabiliti, ogni 15 minuti per bere, e ogni 45 mangiare, che mi verranno ricordati da un allarme sul Garmin. +

Il cielo è dalla nostra parte

Il cielo è nuvoloso, la temperatura perfetta, il vento, solo in alcuni momenti fastidioso all’andata, al ritorno invece mi spinge. Pedalo bene, e anche se non ho la bicicletta con la configurazione da chrono, tengo la posizione bassa sul manubrio per la maggior parte del tempo, questo mi permette di viaggiare con almeno 1/2 km. più veloce rispetto a chi sta alto, ma 1/2 km. meno di chi è raccolto in avanti sulle prolunghe.

Sorpasso parecchi concorrenti, ponendo attenzione a rispettare la regola “NO DRAFT”, significa che non è permesso viaggiare in scia al concorrente che ci precede. A mia volta vengo sorpassato ogni tanto da qualcuno che viaggia veloce in posizione da chronoman. A metà del percorso mi aspetta la salita verso Bertinoro, 4 km circa con pendenza media del 6% e punte del 13%, la affronto bene e la strada asciutta mi permette anche di godermi la discesa a tutta velocità.

Mangio e bevo anche oltre il programma stabilito, spingo un po’ più di quanto previsto, mi sento bene e capisco che sono sul limite per stare sotto le 3 ore, i traguardi che mi pongo ogni 10 km. sono occasione per motivarmi a continuare a tenere la velocità sopra i 30 km. orari.

Anticipazione mentale

Anche in questa fase la mente gioca un ruolo importante, sono carico, non percepisco la fatica e viaggio bene fino al km. 80. Quando ci avviciniamo all’abitato di Cervia comincio a pensare alla corsa. Questa immagine che si accende nel cervello, in automatico genera ciò che si definisce anticipazione mentale, provo in anticipo la sensazione di stanchezza, che dovrò vincere nella corsa.

Per superare questa trappola del cervello, utilizzo curve e rotonde degli ultimi chilometri per cambiare il focus mentale, rilanciare la bicicletta, tenere alto il ritmo e sentirmi ancora pronto e reattivo. È fatta, 2 ore 57 minuti e rotti, la mia stima era intorno alle 3 ore e 15/30. Ho mangiato oltre al sandwich, 3 gel, 3 barrette e bevuto 2 borracce di acqua, una da 800 ml. con con carboidrati, aminoacidi e sali minerali, e una da 500 ml. con maltodestrine.

Fin qui tutto bene

Sono felice e carico, scendo dalla bici e percorro la zona cambio con tutta calma, un po’ corro e un po’ cammino, ma sempre con il sorriso sulle labbra e nel cuore. Ce la faccio, vado ripetendomi. Ecco la mia postazione, ripongo la bicicletta, tolgo il casco, mi siedo, cerco la pastiglia di levodopa che mi porterà fino in fondo, borraccia e la butto giù. Cambio le scarpe, infilo la visiera e sono pronto a partire, una nuova sosta nel bagno chimico e finalmente esco dalla lunghissima zona cambio.

Mi aspettano tre giri da 7 km l’uno, venerdi ho approfittato dell’amicizia con la Coach, Marika Gavarini, 2 volte finisher nell’ultramaratona del Passatore, per fare una sessione di coaching da viaggio per farmi aiutare a preparare la strategia di corsa. Per prima cosa abbiamo spezzato lo sforzo in 3 parti, in effetti 7 km. sono una distanza che conosco e posso affrontare con serenità.

La corsa e le strategie mentali

Il primo giro andrò via di corsa, il secondo mi regalerò delle belle camminate e nel terzo deciderò in relazione al tempo e alle gambe. Comunque vada, nei rifornimenti ho già stabilito che camminerò sempre per bere acqua, sali, e buttare giù gli ultimi gel, niente frutta, bibite, o altre cose che non ho già provato in allenamento, non voglio problemi di stomaco.

Un’altra strategia molto utile che ho già utilizzato durante le maratone è di condividere i 12 chilometri finali con i miei migliori amici, mentre mentalmente sento la musica, immagino di averli vicino mentre balliamo e ci divertiamo in discoteca, e gli ultimi, i più duri li dedico, sentendo che mi stanno dando la forza, a coloro che non ci sono più.

Il primo giro in effetti va via bene, poi dalla zona intestinale comincio a ricevere qualche segnale di disordine. Nel secondo giro decido di fare ciò su cui avevo scherzato la sera prima, dicevo di aver scelto l’hotel proprio sul percorso perchè se avessi avuto bisogno del bagno, come mi era già successo nel 2019 sempre a Cervia nel 51.50, qui il racconto di quella gara, mi sarebbe stato utile. Inconsapevolmente mi stavo disegnando il futuro, nel secondo giro, infatti, salgo in bagno, ma è un falso allarme, mi è comunque utile per prendere fiato e sciacquarmi delle zone che mi stanno dando prurito.

Meglio accompagnato che solo

Nel secondo giro mi raggiunge Annamaria, ci incrociamo per la terza volta. La prima volta, in acqua, l’avevo incrociata, poi lei aveva fatto una transizione molto più veloce salendo in bici prima di me, l’avevo ripresa sul percorso salutandola, ora era lei che mi raggiungeva.

Facciamo un pezzo insieme in cui io do l’anima per stare al suo passo, la sua presenza mi motiva a dare il massimo, mi dice una frase perfetta per motivarci: “pensa che quando saremo in questo punto al prossimo giro ci mancheranno solo 3 km.” la ringrazio. Poi al rifornimento successivo io cammino mentre lei tira dritto, non prima di avermi chiesto se è tutto ok.

Sono al terzo giro, sono già oltre l’ora e mezza di corsa, non ho nessun dubbio ormai, arriverò al traguardo entro il tempo limite di 8 ore. L’avevo intuito dopo le brillanti frazioni di nuoto e bici, ma ora ero certo, anche se avessi camminato tutti i 7 km. rimanenti avrei impiegato al massimo 3 ore per la corsa. La situazione intestinale non migliora i movimenti continuano, mentre mi avvicino all’Hotel diventano pericolosi, salgo e stavolta ringrazio della scelta Booking.com.

Mi fermo al bar e al ristorante

Dopo 2 km. faccio un altra sosta, stavolta in un bar, e la cosa si ripete anche verso il km. 18 in un ristorante, grazie anche a loro. Tra le due soste mi ritrovo a condividere il percorso con una simpatica triathleta austriaca, spendo le ultime energie per correre con lei facendo due chiacchiere fino al penultimo rifornimento, dove arrivo correndo, grazie a lei che incitandomi mi aiuta.

Dopo aver bevuto lei riparte, io però non ne ho più, ho deciso e sono tranquillo, camminerò gli ultimi 2 chilometri che ancora mi mancano. Non ho ancora incrociato Annalaura, magari potrebbe raggiungermi, mi piacerebbe arrivare insieme.

Non ballo da solo

Ormai le strade sono quasi deserte, sono le 18,30, Cervia è stata invasa da questa onda di triatleti e dalle loro famiglie per quattro giorni, ma adesso si respira aria di fine festa. Pochi tifosi ancora ci applaudono e ci incitano: “dai che sei arrivato”, “forza che manca poco” “ancora due curve e sei all’arrivo”.

Poi ci sono i supporters personali di qualcuno, che intonano ancora cori e suonano trombe. All’ultimo rifornimento, manca 1 km. mi regalo il piacere di un bichiere di Coca Cola, un pieno di zuccheri che mi da un picco glicemico eccitante come se fosse stata un “Cuba Libre”.

Mancano 2 curve, poi sarò in spiaggia, comincio a sorridere, mentre dentro canto, fuori comincio a ballare, qualche spettatore partecipa applaudendo. Ora che sono all’imbocco della spiaggia qualcuno mi guarda un po’ stranito pensando dove trovo ancora la voglia di saltare, altri invece sorridono e sono con me applaudendo a tempo della musica che arriva dalla zona di arrivo.

Mr. P stavolta non è con me

Ecco l’ultima curva a destra, sono già sulla spiaggia, dentro le transenne che mi separano dal pubblico rimasto ad attendere amici e familiari in fondo al tappeto rosso. Il volume della musica aumenta mentre mi avvicino, sono felice, e voglio condividere questa sensazione con chi mi sta intorno. Lo faccio ballando, sorridendo, dando hi -five a chiunque si sporga con la mano. Il corpo è uno strumento perfetto per comunicare ciò che stiamo provando, ballare è uno dei miei modi preferiti da sempre per esternare le mie emozioni. Ma Mr. P. dov’è?

Durante le 6 ore e oltre di gara, ho avuto modo di ripensare a tutto ciò che ho fatto per arrivare fin qui. Scelte giuste e sbagliate, fatica e sudore, giorni si e giorni no, allenamenti e gare condivise con amici, in una stagione di sport, che il miglioramento dell’emergenza Covid ci ha permesso di vivere.

Sono grato per tutto questo, ogni mattina metto i piedi fuori dal letto con la voglia di vivere quella giornata, per farla diventare speciale, nonostante il Parkinson. Lui è con me, sempre, lo sento in ogni momento, anche le mie scelte hanno fatto si che questo succedesse, non ho mai nascosto la malattia, anzi ne parlo al mondo continuamente. La mia mission è questa, si può essere felici anche con il Parkinson, grazie al movimento e allo sport la mia vita oggi non sarebbe quella che è senza Mr.P.

Momenti di guarigione

Fino ad oggi sono riuscito a non odiarlo cogliendone le opportunità, per il futuro mi sto organizzando al meglio, cerco esempi ed esperienze di amici, e sono tanti, che lo affrontano con dignità e gioia di vivere, anche quando sono in difficoltà, tremanti, piegati e sofferenti.

Ma li, in quei 300 metri danzanti di felicità lui non c’era, nemmeno per un attimo. Il mio cervello grazie a quelle emozioni stava producendo una quantità di dopamina tale da guarirmi per qualche ora.

Momenti di guarigione che ho potuto godermi, in compagnia di amici, stavolta mangiando e bevendo quello che volevo.

Come sempre il grido è uno solo: “NON CI FERMERAI!”