5150: INIZIO TRA I DUBBI, FINISCO COL SORRISO

Passata la sbornia di sport del sabato Ironman, il giorno dopo è toccato a me: il racconto del mio 51.50, dove ancora una volta ho dovuto sfidare innanzitutto me stesso.  

Appena sveglio apro il pacco gara, estraggo le borse colorate di blu per la bicicletta, di rosso per la corsa e bianche per il dopo gara, preparo gel, barrette e tutto ciò che mi serve per la gara poi via a colazione. Metto tutto nelle borse, casco, occhiali, scarpe, body di ricambio, il necessario per il nuoto è gia nello zaino, aggiungo le borse, è pieno come non mai, lo chiudo a fatica. Mi vesto e con la bici che ha dormito con noi – lo scorso anno diversi atleti avevano lasciato le biciclette sul terrazzo e la mattina avevano avuto la brutta sorpresa di non trovarle –  scendo le scale carico come uno sherpa. Salto in sella e parto per la zona cambio.

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La giornata non è un granché: pioggerella, freddino, ma almeno il vento da terra ci consegna un mare buono. Non sono preparato, come tanti altri atleti, ad una temperatura bassa e un discreto rischio di pioggia, devo cercare tra gli stand una mantellina antivento che non ho.

La zona cambio

La zona cambio di un Ironman è totalmente diversa da un triathlon, diciamo all’italiana. La bicicletta è sulle rastrelliere come sempre, ma scarpe casco e gli altri indumenti non sono in terra alla sinistra della bicicletta, ma nelle borse colorate di cui vi ho parlato prima.  Vanno messe su rastrelliere numerate, nella zona cambio, sul percorso che porta dall’entrata, dove arriveremo provenienti dal nuoto, verso le biciclette e che va poi all’uscita dalla parte opposta dove si sale in bici e si parte. Oltre a essere diversa, la zona cambio è anche 5/6 volte più grande, i 3000 atleti che la frequentano nel pregara ne fanno una piazza affollata dove succede di tutto, biciclette dimenticate o disperse, urgenze, incontri di persone che non si vedevano da anni, scambi di integratori e pareri tecnici,  anche interventi tecnici dell’ultimo minuto.

Pensieri e parole

La partenza è alle 3 del pomeriggio. Ho qualche ora di attesa: passeggio sulla spiaggia, tra saluti e racconti da brivido degli Ironman, poi briefing e un pasto leggero. Provo a ritagliarmi uno spazio tranquillo per concentrarmi, è il momento dei pensieri e della visualizzazione della gara, qui si gioca gran parte dell’approccio mentale alla gara.

Non sono carico, anzi. Nelle ultime settimane correre è stato difficile, non mi sono mai sentito al meglio della forma, oggi poi la giornata uggiosa, la temperatura e il rischio pioggia non aiutano la mia motivazione. Mi arrotolo sulla decisione se cambiare o no il body bagnato prima di partire per la frazione in bicicletta, il freddo potrebbe bloccarmi i muscoli, come ho saputo che è successo ieri a un professionista. Inoltre la frazione che più soffro, la corsa, la inizierò intorno alle 17, e le mie energie, come quelle di tutti i malati di Parkinson, verso sera diminuiscono. La mia terapia prevede l’assunzione della levodopa la mattina, quindi oggi dovrò spostare di un paio di ore in avanti tutte le compresse e aggiungerne una tra la bici la corsa.

Un pregara insomma tutt’altro che buono, sono sul punto di rinunciare, come un paio di amici che hanno fatto le valigie e se ne sono andati. Continuo a spostare il momento in cui consegnare la borsa, non ho voglia di cambiarmi ne’ di entrare in acqua. Che faccio?

E’ il momento di tirare fuori le mie tecniche da coach, e soprattutto le palle, quindi reindirizzo la mia mente verso pensieri motivanti. Penso, per iniziare, ad altri 2 o 3 amici che sono sicuro troverò sulla linea di partenza, li immagino carichi e motivati, immagino di condividere la gara con loro. Penso ai costi che ho sostenuto per essere li, ai miei sostenitori che mi vedono come un supereroe pronto a tutto, e immagino che faccia farebbero se sapessero che rinuncio senza un motivo veramente valido.

Il colpo vincente, come spesso accade, lo tira fuori un amico, il mio braccio destro Marco Lorenzi. Quando gli parlo della mia idea di rinunciare, mi guarda storto e mi dice ‘Parto io!’. L’atmosfera di questi giorni lo ha caricato tantissimo e farebbe di tutto per essere al mio posto!

Vado a cambiarmi

Mi avvio verso la zona riservata agli atleti e comincio mettermi in stato mentale corretto, faccio un check del corpo, attivo gambe e braccia e comincio a visualizzarmi prima in acqua poi in bicicletta, per ora non penso alla corsa. Mi infilo la muta, ripongo lo zaino e mi avvio verso la spiaggia. E’ il mio primo triathlon in mare, sono tranquillo so che avrò una migliore galleggiabilità e lo spazio necessario per partire.

La Rolling Start

La procedura di partenza nelle manifestazioni Ironman prevede la Rolling Start: ogni 5 secondi un gruppo di 6 atleti,  posizionati fianco a fianco separati da corsie, si lanciano correndo sulla spiaggia verso l’acqua, la tonnara in partenza in questo modo è scongiurata.

La frazione di nuoto

L’acqua è bassa per un lungo tratto, camminiamo per un centinaio di metri prima di iniziare a nuotare, controllo bene la direzione verso la prima e la seconda boa, cerco il mio spazio per nuotare libero e mi tuffo. Faccio qualche bracciata ma non sono ancora a mio agio, nuoto un poco a rana mentre mi guardo in giro. In un angolo dei miei pensieri, capita quasi sempre, nella fase iniziale della frazione di nuoto, una vocina lontana mi dice di lasciar perdere, di tornare subito indietro intanto che ancora sono vicino alla spiaggia.

E’ pazzesco, anche dopo 5 anni di gare il mio cervello prova ancora a sabotarmi, vuole proteggermi da questo sforzo, tenta di fermarmi.

Sono partito, non mi voglio fermare, la mente vince sul cervello, nuoto bene, anche se le onde aumentano, ma sono onde lunghe e nemmeno troppo formate e dopo il giro della prima boa sono anche a nostro favore. Ultima boa e sono in direzione dell’arrivo, vedo l’arco nero, capisco che sono andato bene e continuo a nuotare con un buon ritmo, ho sorpassato parecchi atleti e nessuno ha sorpassato me, siamo vicini e gli ultimi 100 metri si cammina con l’acqua alle ginocchia, è fatta!

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La prima transizione

Mi avvio verso la zona cambio, la distanza da percorrere di corsa è molto lunga, faccio con calma, ho deciso che mi cambierò il body bagnato con uno asciutto per evitare di raffreddarmi durante il percorso bike. Il regolamento non permette di cambiarsi se non dentro dei gazebo appositi, cerco il più vicino a me, mi spoglio mi asciugo un po’ con una piccola salvietta, il tessuto non scivola sulla pelle umida, fatico ma alla fine ho la meglio, mi infilo in tasca la mantellina che ho comprato in caso di pioggia o freddo, vado in bagno, e poi finalmente sono pronto, 13 minuti di transizione, ci stava caffè e sigaretta, è evidente che non sono tra i più veloci.

Casco in testa pettorale sulla schiena e via, vado a cercare la mia bicicletta tra le altre 2000, trovata! Accendo il Garmin e comincio a correre verso l’uscita, ci sono, monto in sella e parto.

La frazione di bicicletta

Mi sento bene, tra una rotonda e l’altra usciamo da Cervia, la velocità è ancora bassa e mangio subito una barretta. Iniziano lunghi rettilinei in campagna, è nuvoloso ma non fa freddo, pedalo deciso, anche qui sorpasso diversi atleti e vengo sorpassato da solo 3 ciclisti che sono più veloci di me. La gara è no draft, significa che è vietato stare in scia e l’operazione di sorpasso si deve svolgere tenendo presente questa limitazione, ogni tanto siamo raggiunti da dietro dai giudici in motocicletta che controllano e ammoniscono o danno penalità.

Per un buon tratto il vento contro mi mette alla prova, ma da quando giriamo a metà percorso, il vento mi spinge. Sto bene, ma non do tutto, mi tengo qualcosa anche per la corsa, siamo vicini all’arrivo, mangio la seconda barretta, rientriamo a Cervia. Stavolta il cambio è più veloce, prendo la levodopa che ho lasciato nelle scarpe da running, le infilo, giù il casco, pettorale davanti e si parte per la corsa.

La frazione di corsa

Sono due i giri tra le vie di Cervia, siamo in tanti, per alcuni tratti corriamo insieme a chi è partito prima di noi per il 70.3,  hanno un ritmo più lento e il fatto di sorpassarli mi da carica e le gambe girano abbastanza bene, più di quello che mi aspettavo.

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Dopo un paio di km. mi raggiunge un amico e mio trainer di PNL al suo primo 51.50, Alessandro Mora, mi da una pacchetta sul culo e mi incita, averlo vicino mi motiva immediatamente, mi sembra impossibile di essere più veloce di lui, più tardi scopro che sta soffrendo di un dolore alla gamba e per questo non riesce a spingere. Nelle vie strette lo chiamo ad alta voce per capire se è ancora nelle vicinanze e lui mi risponde, gli urlo che sentirlo vicino mi fa andare più forte, sperando che questo sia di stimolo anche per lui a resistere e a dare il meglio.

Ai rifornimenti, come faccio sempre, cammino,  mi prendo il tempo per bere e mangiare i due gel che mi sono rimasti, i volontari ci offrono di tutto, acqua, sali, coca cola, no plastica, tutto rigorosamente in bicchieri di carta, biscotti, frutta, nel primo punto di rifornimento c’è anche la Red Bull, ne prendo qualche sorso, chi lo sa, magari mi mette davvero le ali.

L’ultimo ostacolo

Nelle manifestazioni Ironman è vietatissimo buttare in terra gli involucri dei gel e fermarsi sul percorso per fare pipi, per le emergenze sono approntati vicino ai rifornimenti alcuni wc chimici, e meno male, perchè per la prima volta da quando partecipo a una gara di endurance, sono colpito negli ultimi 3 km. da un attacco intestinale, resisto per un po’ ma poi devo mio malgrado fermarmi. Da li in poi devo anche smettere di dare il 5 ai tifosi, soprattutto bambini che allungano la mano verso di noi.

L’arrivo sul tappeto rosso

La sosta forzata mi costa circa 4 minuti che abbassano la mia prestazione cronometrica, che invece era brillante come non succedeva da tempo. Sono contento lo stesso, ho fatto tutta la frazione  correndo, a parte rifornimenti e soste forzate. Percorrere il tappeto rosso e tagliare il traguardo sotto l’arco che il giorno prima ha visto l’arrivo degli uomini d’acciaio mi fa venire i brividi, le urla dei tifosi intorno a me fanno il resto, concludo con un gran sorriso un gara e un weekend che rimarranno nella mia memoria.

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Per questa e tutte le altre volte che ho praticato sport, ringrazio il mio corpo con cui ho stretto un patto, io non mi faccio fermare ma tu non fermarti mai.

 

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